15 gennaio 2009. È la data in cui i media americani avrebbero accostato al nome di un aviatore l’appellativo di eroe nazionale per un disastro aereo scongiurato. In “Sully” la sceneggiatura di Todd Komarnicki non ha tuttavia carattere cronachistico. La prestigiosa cinepresa di Clint Eastwood (“Gli spietati, “Million dollar baby”, “Gran Torino”) tende perlopiù a esplorare le vulnerabilità dei personaggi: movenze, tic, increspature nei volti. Il momento eroico non è insomma al centro della narrazione: il dramma che sorregge l’intera vicenda non si consuma ad alta quota, ma nella quotidianità delle strade e dei palazzi dove vaga, con spirito tra il meditabondo e il malinconico, il protagonista della pellicola Chesley Sullenberger. Il tema portante del film? Gli effetti, non necessariamente positivi, del prodigioso salvataggio aereo sulla vita dell’individuo in questione. Nella trasposizione cinematografica di “Highest duty: my search for what really matters” (biografia scritta a quattro mani da Sullenberger e Jeffrey Zaslow) la tensione aerea ritorna in scena soltanto attraverso ricordi o incubi, quasi sempre dello stesso Sully.

“Preparatevi all’impatto” – comunica il capitano dalla cabina di pilotaggio- e, nell’arco di cinque minuti, in una fredda mattinata invernale, l’America diventa testimone del celebre “miracolo sull’Hudson”. Il comandante Sullenberger (Tom Hanks), con il supporto del copilota Jeff Skiles (Aaron Eckhart) e del resto dell’equipaggio, ha appena arrestato un velivolo in avaria sulle acque del fiume più lungo dello Stato di New York e sottratto alla morte 155 passeggeri. Un ammaraggio impossibile che, giocoforza, porta il riservato Sully sotto lo scrutinio di opinione pubblica e inchieste federali.

Il lungometraggio si dimostra un prodotto audace. Se l’intento era fornire il ritratto di un uomo innanzitutto fedele alla propria divisa, prendendo, quando necessario, le distanze dall’azione in sé, il proposito può dirsi rispettato. La dimensione umana, soggiacente alla vicenda mediatica del volo Us Airways 1549, è infatti la spinta propulsiva di una raffinata prova attoriale di Hanks (tanto silenzioso quanto espressivo). L’appassionata analisi di “Sully” sulla spesso complessa condizione di eroe per caso si è ritagliato un posto, sicuramente di rilievo, nel panorama cinematografico del 2016.

 

di Francesco Paolo De Angelis

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