Da alcuni giorni disponibile nelle sale italiane, la ventiquattresima opera di narrativa firmata Martin Scorsese – un’altra delle lunghe gestazioni del cineasta – è forse il suo parto più travagliato. Gli otto anni di produzione culminati nella première, avvenuta in Vaticano lo scorso 29 novembre e altresì oggetto di un minuzioso scrutinio mediatico, sono infatti solo una piccola parte nella storia della pellicola. Il dramma storico sui cosiddetti “preti caduti” è un progetto la cui datazione risale a ben ventisette anni fa: da quando, più precisamente, il regista newyorchese fu incantato dall’omonimo romanzo di Shusaku Endo del 1966.

“Silence” racconta l’esperienza delle missioni e delle persecuzioni nel Giappone del XVII secolo attraverso gli occhi di padre Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Garupe (Adam Driver). Giunti nel paese del Sol Levante alla ricerca di padre Ferreira (Liam Neeson), loro mentore da tempo ritenuto disperso, i due gesuiti verranno perseguitati dall’inquisizione nipponica. Tribolazioni, abbandoni, perdite e l’irreparabile crollo di ogni certezza comporteranno, per i giovani, una suprema prova di fede.

Tra cupe selve naturali e prigioni dell’anima di bambù, “Silence” offre una lunga dissertazione filosofica sulla spiritualità e sulle contraddizioni insite nelle sue applicazioni pratiche; fa da sfondo lo straziante tentativo di conciliazione culturale con il diverso. Lo stile, inutile ricordarlo, è quello di un autore storicamente abituato a porre domande difficili e poco propenso alle risposte di comodo. E’ fuori strada chi cerca di etichettare il lungometraggio come un’opera sulla retorica cristiana della salvezza. La riflessione fondante sembra attecchire, piuttosto, intorno allo snervante silenzio finale di qualsivoglia Dio rispetto alle più importanti domande di ciascun individuo.

Il silenzio si coniuga qui con il tema del viaggio nelle profondità più buie dell’animo, con annesso quesito sull’esistenza, o assenza ineluttabile, di una luce alla fine del tunnel. Tale quesito – carico di un fascino senza tempo – rappresenta in fin dei conti la vera spina dorsale di un film sulle difficoltà di qualsiasi fede. Nel merito, resta spazio per una critica alla sceneggiatura (lavoro a quattro mani di Scorsese e Jay Cocks) che – paradosso – appare a tratti verbalmente debordante. Forse è l’unico aspetto in cui il film manca di coraggio, specie considerando che la vibrante fotografia avrebbe potuto narrare da sola e in modo egregio le assenze tanto care al testo di Endo. Resta difficile, come per ogni trasposizione, sentenziare dove finiscano i meriti tematici del romanzo originale; la cinematografia di Scorsese fornisce nondimeno un’esperienza filmica che – al di là del tema e della gravità morale con cui è affrontato – si presenta come concettualmente densa, stimolante e che, per questo, non può che essere consigliata.

di Francesco Paolo De Angelis

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