Vincitore di tre Oscar agli Academy Awards 2017, “Moonlight” arriva in Italia in apparente sordina, in virtù di una distribuzione limitata, e con leggero ritardo, a causa di una dilazione di circa sei mesi rispetto alle sale statunitensi. “Definitore di un nuovo genere” (Empire) e “incanto visivo” (il Guardian) sono alcune delle parole che la stampa statunitense ha utilizzato per definire questa trasposizione filmica della pièce teatrale di Tarell Alvin McCraney. La domanda a questo punto da porsi è: “Moonlight” rispetta le attese? Dopo averlo visto ho avuto l’impressione di aver fatto esperienza di un’alta espressione di cinematografia contemporanea.

Chiron è un giovanissimo afroamericano, proveniente da un sobborgo di Miami dove spaccio e prevaricazioni rappresentano una deprimente e ineludibile routine. Taciturno e introverso, il piccolo è vessato ad alternanza dalle violenze fisiche dei coetanei e da quelle psicologiche della madre Paula, sola e tossicodipendente. Nel corso dei tre atti del film sono esplorati, senza particolari soluzioni di continuità nell’andamento narrativo, i momenti quotidiani che influenzeranno lo sviluppo fisico e psichico del protagonista. Chiron (Alex Hibbert, Ashton Sanders o Trevante Rhodes a seconda del periodo di riferimento) non dovrà confrontarsi soltanto con i proverbiali “dolori della crescita”, ma anche scendere a patti con la propria – spesso ingombrante – omosessualità.

“Alla luce della luna tutti i bambini neri sono blu”, suggerisce il narcotrafficante Juan (Mahershala Ali) a Chiron, condividendo con il ragazzino il più importante insegnamento della propria giovinezza. Un “blu” che potrebbe perdersi nella traduzione italiana, ma che in originale gioca su un’importante ambiguità: “blue” è infatti traducibile non solo con “blu” ma anche con “triste”, “afflitto”. Tutti coltiviamo in noi il seme della tristezza, tutti “a nudo” siamo vulnerabili. Partendo da questa considerazione, “Moonlight” potrebbe in effetti essere inquadrato come una “piccola epica della vita”. Il traguardo rappresenta l’accettazione di sé, il premio finale è la convivenza serena con la propria identità. Sebbene la distensione dei tempi narrativi e l’assenza di fili conduttori potrebbero raffreddare l’entusiasmo di un certo tipo di pubblico, il film riesce comunque a offrire tanto anche con la sola cinematografia. Un’estetica intimista e delicata, una recitazione eccelsa, una precisa visione d’insieme e un apparato tecnico rispetto a cui viene davvero difficile muovere critiche permettono a “Moonlight” di raggiungere quasi tutti i traguardi artistici a cui un’opera filmica dovrebbe aspirare.

 

di Francesco Paolo De Angelis

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