Il maestro israeliano Amos Gitai ha presentato nella rassegna “Venezia a Napoli” i suoi lavori più recenti, visti apunto a settembre in Laguna alla Mostra del Cinema: “A letter to a friend in Gaza” e “A tramway in Jerusalem”. Ed eccolo in conferenza stampa, in compagnia di Enrico Ghezzi, discorrere di cinema e impegno civile, toccando alcuni tra punti più delicati della contemporaneità.

Amos Gitai 3“Sono felicissimo di essere a Napoli – esordisce Gitai –. Venni qui la prima volta venticinque anni fa proprio su invito di Ghezzi per girare ‘Nel nome del duce’, un documentario sulle elezioni comunali. All’epoca tra i candidati c’era Alessandra Mussolini. Ho letto di recente che proprio lei ora si scaglia contro ogni legge che ostacoli in Italia l’apologia del fascismo. La situazione nel mondo attuale è tale che ci sono sempre più persone che prendono il potere nel tentativo di limitare la libertà, soprattutto di parola. Fortuna che ci troviamo nel contesto di Napoli: una città aperta, dinamica, con anime molteplici e differenti che si integrano tra loro”. In tempi così incerti viene tuttavia da chiedersi quale sia il ruolo di artisti e registi: “I registi non hanno un potere reale, però ne hanno uno simbolico. Possiamo lavorare sulla memoria. E la memoria non è innocente”. Il cinema impegnato non deve però ricadere nella propaganda: “Non mi piace il cinema troppo ‘do parte’, che strumentalizza e manipola. Non voglio essere politicamente corretto. Anche le idee che condivido, se sono proposte da un Michael Moore, che per portare avanti le sue idee mi manipola, non mi convincono più. Non mi piace essere manipolato, mi piace poter pensare con la mia testa, e questo dovrebbe essere l’obbiettivo del cinema. Con il cinema si può far pensare lo spettatore, lasciandolo interpretare liberamente la realtà, senza doverlo convincere”.

Ma questo cinema impegnato non può che discendere da un’estetica del cinema consapevole, che si definisce proprio a partire dalle scelte autoriali del regista. “In ‘A tramway in Jerusalem’ – spiega Gitai –, un film in cui molteplici personaggi parlano e si muovono su uno stesso tram, volevo che la musica fosse sempre dal vivo e per questo i personaggi propongono la musica ‘in proprio’. Inoltre ci sono molte lingue, perché volevo che si creasse una trama sonora capace di raccontare, con questa coesistenza di lingue, la modernità stessa, che è proprio una storia di lingue che coesistono e di persone che migrano e si spostano”.

E’ così che Napoli, città della differenza e della molteplicità, potrebbe allora essere presto il set di un nuovo film dell’autore israeliano: “E’ sempre rischioso parlare di un film futuro. Io vorrei davvero lavorare a Napoli, fu molto interessante lavorare al San Carlo per l’‘Otello’ con le scenografie di Dante Ferretti. Il film comunque racconterà una storia del XVI secolo: la vita di Donna Gracia Mendes Nasi”.

Edoardo Esposito

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